Joost e le altre: quale televisione viaggia veramente sulla Rete?

Dopo uno sforzo comunicativo senza precedenti che ha elevato a fenomeno una semplice start-up, Joost ha annunciato il 1 maggio 2007 il lancio della propria offerta. «Da oggi abbiamo ufficialmente inaugurato la nostra nuova fase commerciale», ha dichiarato il vice presidente del global advertising David Clark: «stiamo consentendo ai nostri utenti di condividere Joost con i propri amici e parenti, e stiamo collaborando con i maggiori advertiser del mondo e con le migliori agenzie per creare un nuovo modello di pubblicità per la prossima generazione del mezzo televisivo».
Joost aveva dichiarato solo poche settimane prima di aver chiuso 32 contratti con i maggiori investitori pubblicitari del mondo (Hp, Nike, Coca Cola e Intel per iniziative globali, e Visa, United Airlines, l’esercito statunitense, Procter & Gamble, Kraft, Electronic Arts, Sony Electronics, Microsoft e Motorola per gli Stati Uniti e General Motors Europa, IBM, L’Oreal Paris, Nokia’s N-series, Vodafone, Time Warner e Warner Bros per l’Europa). L’obiettivo dichiarato dai fondatori Janus Friis e Niklas Zennstrom è quello di creare la prima piattaforma globale di distribuzione di contenuti televisivi on line del mondo, unendo gli advertiser, i produttori, i distributori di contenuti e gli utenti in un contesto interattivo basato sul concetto di community.
Cosa serve per usare Joost? L’installazione di un piccolo programma gratuito sul proprio pc, e la sottoscrizione di un abbonamento con un buon fornitore di accesso alla Rete a banda larga.
Cosa si può vedere? Gli oltre 150 canali costruiti con accordi con i maggiori content provider mondiali. La loro programmazione varia dai cartoni animati ai film, dallo sport alle commedie, dai documentari alla fantascienza.
Su quale schermo? Per ora su quello del proprio pc.

Nel frattempo anche Babelgum cerca di competere nello stesso mercato: la nuova impresa dell’ex Fastweb Silvio Scaglia punta alla distribuzione televisiva tramite tecnologia peer-to-peer specializzandosi nei contenuti di distributori indipendenti, e cerca di attirare su di sè le luci della ribalta concentrate da mesi sulle potenzialità dell’ingombrante concorrente. Al MIPTV di Cannes, Scaglia ha ufficialmente presentato la piattaforma come «una palestra per i nuovi talenti», ed ha chiamato a fare da padrino all’operazione Spike Lee. Alla serata di presentazione, il regista newyorkese non ha mancato di presentare un cortometraggio prodotto in esclusiva, e ha definito a sua volta Babelgum «una rivoluzione tecnologica ed un concept visionario».

il dvd player dell’era Internet
Ci sono anche altre iniziative che vedono la Rete protagonista come mezzo di trasmissione di contenuti audiovisivi. E che, al contrario di Joost e Babelgum, puntano con decisione alla conquista dello schermo televisivo.
Apple, ad esempio, ha lanciato sul mercato a marzo un piccolo set-top box da collegare direttamente al proprio tv: costa 299 euro e si chiama Apple Tv. Forte dell’esperienza dei 100 milioni di iPod venduti in cinque anni e mezzo, Apple ci riprova con un accessorio che permette di visualizzare sul televisore i contenuti acquistati attraverso il portale iTunes store. L’obiettivo è quello di dare agli utenti uno strumento per acquistare e scaricare da Internet film e serie televisive, e per guardarli direttamente sul proprio schermo televisivo. Il sogno è invece quello di cavalcare i numeri di un servizio che fino ad ora è stato associato solo all’iPod, e di ripetere i 2.5 miliardi di canzoni, i 50 milioni di TV shows e oltre 1.3 milioni di film venduti dalla partenza del servizio.
«E’ il DVD player dell’era Internet» ha affermato il senior vice president worldwide product marketing di Apple Philips Schiller. L’integrazione con l’iTunes Store consente di accedere via Rete dal televisore a quello che viene definito il più grande catalogo online del mondo: oltre 5 milioni di canzoni, 5000 video musicali, 100 mila podcast, 20 mila audiolibri, 350 show televisivi e oltre 400 film. Le prime analisi di inizio aprile stimavano un numero di unità vendute in tutto il mondo fra i 110 e le 130 mila, con una previsione di 500 mila Apple TV distribuiti entro la fine dell’anno.

Apple non è più sola in questa impresa. Il 30 aprile 2007 la Vudu inc. ha annunciato di aver chiuso un accordo con i sette grandi movie studios The Walt Disney Studios, Lionsgate, New Line Cinema, Paramount Pictures, Twentieth Century Fox, Universal Studios e Warner bros, e con 15 distributori cinematografici indipendenti. 
L’obiettivo? Rendere disponibili più di 5.000 film direttamente sullo schermo televisivo, senza dover scendere al negozio di videonoleggio. «Abbiamo creato il prodotto che tutti vogliono, che molti hanno provato a costruire, ma che nessuno fino ad ora è riuscito a sviluppare» ha annunciato trionfalmente il fondatore Tony Miranz.
Vudu dovrebbe cominciare a vendere entro l’estate un decoder da collegare direttamente alla Rete ed al televisore. Utilizzando tecniche di distribuzione basate sul peer-to-peer, permetterà di scegliere da una library il titolo di proprio interesse, e di vederlo istantaneamente, senza dover attendere il tempo del download. Le dotazioni hardware del Vudu box sembrano strizzare l’occhio ai contenuti ad alta definizione, ma la partita con Apple Tv è ancora tutta da giocare, visto che per adesso non sono noti i dettagli di quella vocazione all’HD che penalizzano invece AppleTv in alcune limitate dotazioni infrastrutturali . Quello che è certo, è che alle spalle di Vudu ci sono alcuni veterani della Silicon Valley che hanno finora militato in Apple, Tahoe Networks, AT&T Bell Labs, TiVo, WebTv, Openware, 2Wire, Slim Devices, OpenTv e Danger.

Quelli del media extender
Su un fronte diverso ci sono poi altri competitor che seguono la strada della progressiva integrazione delle funzionalità di Rete in apparecchi già collegati al televisore quali console videogame, decoder digitali o videoregistratori.
Ne è un esempio il servizio Amazon Unbox on Tivo. Lanciato nei primi giorni di marzo 2007, il servizio permette ai più di 1.5 milioni di possessori di un Tivo abilitato alla connessione broadband di scaricare sul proprio device le migliaia di film disponibili sul sito Amazon e di vederli sul proprio televisore. Anche in questo caso non manca la lunga lista di studios che hanno firmato accordi di distribuzione: Sony Pictures, Metro-Goldwyn-Mayer Studios (MGM), CBS, Fox Entertainment Group, Lionsgate, Paramount Pictures, Universal Studios Home Entertainment e Warner Bros.

Anche Microsoft ambisce a trasformare la console Xbox ed il suo hard disk in un set-top tramite il quale scaricare via Internet i contenuti in alta definizione i tv show ed i film a pagamento dal proprio marketplace. Forte della propria potenza di fuoco e delle oltre 10 milioni di console già distribuite in tutto il mondo, Microsoft rappresenta un player di tutto rispetto.

Lo stesso Apple Tv si è dimostrato inoltre abbondantemente aperto a molteplici modifiche che ne ampliano le funzionalità. La quantità di hacking finora sperimerimentati hanno visto diventare il piccolo box della casa di Cupertino un RSS feed reader, un computer completo di sistema operativo Mac Os X e un web server Apache. Inoltre Apple Tv ha dimostrato di poter anche importare filmati non direttamente provenienti da iTunes e di supportare un’installazione del programma necessario ad accedere a Joost.
Considerato che la stessa Apple ha annunciato che non intraprenderà azioni legali volte a scoraggiare gli hacking, c’è già chi ipotizza che siano le possibilità trasformiste a far vincere ad Apple Tv la battaglia dei device per portare internet sulla televisione.

La tv rivoluzionaria è un po’ la stessa tv di prima
Luca de Biase cita in un articolo di Nova24Ore del 4 maggio una ricerca della società di consulenza Accenture, secondo la quale il 57% dei manager delle compagnie media tradizionali pensa che il pubblico attivo ed i contenuti generati dagli utenti siano una delle tre maggiori sfide con cui dovranno confrontarsi nella futura gestione del loro business e solo il 3% pensa che si tratti di una moda passeggera.
Non sembra però che le iniziative attualmente in atto tengano in gran conto questo tipo di analisi.
Apple, Vudu, Microsoft, Sony e Tivo percorrono tutte il tentativo di utilizzare la piattaforma Internet come un mezzo di trasmissione che porti nelle case degli utenti esclusivamente i propri contenuti. Cercano di convincere i telespettatori ad acquistare dei device che realizzino un collegamento diretto con i loro schermi televisivi. Tentano di trasformare un mezzo condiviso di trasporto di dati in uno strumento di produzione aziendale, senza supportarne i costi che in casi simili dovrebbero affrontare. Utilizzano soluzioni chiuse e proprietarie che limitano di fatto l’enorme panorama dell’interattività aperta della Rete alla sola possibilità di scelta non lineare e potenzialmente illimitata di contenuti audiovisivi.
Dal canto loro, le reti di distribuzione televisiva globale sono limitate a start up. Se ne fa un gran parlare, è vero, ed i fondatori – ed i loro testimonial - descrivono ovviamente Joost e Babelgum come iniziative rivoluzionarie. Gli studios firmano benvolentieri contratti di distribuzione, in fondo sempre meglio che i loro contenuti siano inseriti su piattaforme controllabili, piuttosto che sui portali di video sharing a disposizione di tutti ed a favore degli introiti pubblicitari degli aggregatori. I grandi investitori pubblicitari segnano infine contratti di advertising, ma non è dato di sapere a quali condizioni, ed in fondo salire sul carro dell’hype della tv peer-to-peer non può che fare bene al brand. Ma a meno di non inventarsi acrobatici collegamenti o di imparare a fare un hacking di Apple Tv, per ora Joost e Babelgum mostrano i contenuti sui monitor del pc. E dev’esserci pur un motivo se, ad esempio, la quasi totalità degli italiani chiama televisione ancora e solo quell’oggetto luminoso che si vede dal divano e che si controlla con un telecomando.

Tutte le iniziative che hanno alle spalle un’attività di tipo industriale – come la costruzione e la distribuzione di un bene fisico (un decoder) - sono poi molto più caute, e propongono servizi DVD-like basati sulla formula del noleggio di un contenuto realizzata a mezzo di spostamento di bit e non di atomi. Non così rivoluzionario, a dire la verità. Ma molto più realistico e basato su un modello di business sperimentato da almeno due decenni.

Che le potenzialità dei contenuti generati dagli utenti costituiscano per adesso una minaccia più che un’opportunità? Paradossalmente, forse nessuno ha il coraggio di proporre un servizio di distribuzione di contenuti user generated basato sui principi del cosiddetto web 2.0 perchè ha paura di scatenare un processo senza ritorno in grado di distruggere lo status quo?
O forse, più verosimilmente, non esiste ancora nessun servizio ritenuto più valido del “noleggio di DVD via rete” per convincere gli utenti ad acquistare un nuovo device da collegare al loro televisore?
Forse quello dei contenuti video generati dagli utenti sulla Rete è un elemento del quale tenere conto nelle strategie future delle aziende di comunicazione, ma non una reale opportunità?
E se fosse un’altra bolla, pronta ad esplodere di fronte al duro impatto con la realtà di un sistema che ha ancora bisogno di atomi e di investimenti industriali per funzionare?
Tante ipotesi, ed una sola constatazione: per ora la rivoluzionaria tv via Internet non è poi così diversa da quella tradizionale.

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Una risposta a Joost e le altre: quale televisione viaggia veramente sulla Rete?

  1. davide turi scrive:

    Joost ha convinto il chariman di Hutchison Whampoa Ltd. Li Ka-shing, chairman, che insieme ad altri investitori ha versato 45 milioni di euro di finanziamento.
    Cfr. http://yahoo.reuters.com/news/articlehybrid.aspx?storyID=urn:newsml:reuters.com:20070510:MTFH27124_2007-05-10_04-11-11_N09289219&type=comktNews&rpc=44

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